Mostra Joel Giustozzi ''PENSAVO FOSSE AMORE''

5 maggio 2016
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Category: ARTE
5 maggio 2016, Comments: 0

PENSAVO FOSSE AMORE è l’unica mostra personale dell’artista Joel Giustozzi, tenutasi nel marzo 2014 presso Villa Baruchello a Porto Sant’Elpido (FM) e che ha visto la partecipazione di oltre 500 persone in 8 giorni.

Joel Giustozzi ha voluto far perdere i visitatori in un percorso emozionale creato attraverso ingressi stretti che poi si aprivano a spazi molto grandi con installazioni di coltelli appesi, sculture fatte con i libri, fotografie ed artworks che rappresentavano il tema dell’amore patologico, quando il sentimento è frutto più del bisogno che dell’istinto. Percorso che trovava la sua conclusione in una dark room dove una donna dipinta come un cuore in decomposizione si trovava imprigionata da una gabbia luminosa aperta. Un viaggio volto a far riflettere sul binomio cuore-ragione e sul concetto dell’amore che salva ma anche della ragione che ci può salvare da un amore artefatto.

L’artista ha voluto associare l’amore alla Sindrome di Stoccolma definita tale dopo un episodio accaduto negli anni 70 durante una rapina.
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“Il 23 agosto 1973 alle ore 10:15 circa, un uomo di nome Jan-Erik Olsson di 32 anni, evaso dal carcere di Stoccolma (dove era detenuto per furto) tentò una rapina alla sede della “Sveriges Kredit Bank” di Stoccolma e prese in ostaggio tre donne e un uomo (loro erano: Elisabeth, 21 anni, cassiera e successivamente infermiera; Kristin, 23 anni, stenografa e successivamente assistente sociale; Brigitte, 31 anni, impiegata ; Sven, 25 anni assunto da pochi giorni e successivamente impiegato presso un ufficio).

Olsson chiese e ottenne di essere raggiunto dal suo amico ed ex compagno di cella, Clark Olofsson, 26 anni[1].
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La prigionia e la convivenza forzata di ostaggi e rapinatore durò 131 ore al termine dei quali i malviventi si arresero e gli ostaggi furono rilasciati senza che fosse eseguita alcuna azione di forza e senza che nei loro confronti fosse stata posta in essere alcuna azione violenta da parte del sequestratore.
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Il locale in cui i fatti si svolsero, e in cui le sei persone vissero per circa sei giorni, era simile a un corridoio, lungo circa 16 metri, largo poco più di 3,5, completamente ricoperto di moquette. La vicenda conquistò le prime pagine dei quotidiani di tutto il mondo. Durante la prigionia, come risulterà in seguito dalle interviste psicologiche (fu il primo caso in cui si intervenne anche a livello psicologico su sequestrati), gli ostaggi temevano più la polizia che non gli stessi sequestratori[2].
Nel corso delle lunghe sedute psicologiche cui i sequestrati vennero sottoposti si manifestò un senso positivo verso i malviventi che “avevano ridato loro la vita” e verso i quali si sentivano in debito per la generosità dimostrata”.
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